LUI NAVIGA, LEI VOMITA - La trama: una coppia di americani sta facendo colazione. Lei gira un cucchiaino nel suo latte coi cereali, lui ha gli occhi sul portatile acceso. I due si sorridono amabilmente mentre lui preme un pulsante e si alza. Lei, incuriosita e assai incauta chiede al compagno di prestarle il portatile per un minuto. Vede le pagine visitate un attimo prima dal marito. I suoi occhi si spalancano, qualcosa la turba, ha la nausea, vomita. A ripetizione. Humor? Il marito, addirittura, scivola e cade sul rigurgito. E qui che compare sullo schermo il narratore che spiega cosa sta accadendo. Narratore che per l'occasione è impersonato da Dean Cain, ex Superman. «Con Internet Explorer 8 non sarebbe accaduto», racconta.
«VOLEVA ESSERE IRONICO» - Lo spot ha lo scopo di promuovere la cosiddetta modalità «InPrivate», presente sul nuovo browser e che garantisce l'anonimato mentre si naviga su siti «fuori dalle righe». Microsoft ha intitolato la videoclip «O.M.G.I.G.P.», abbreviazione inglese che sta per «O mio Dio, devo vomitare». La clip pubblicitaria è la ultima della quattro prodotte da Microsoft per la campagna di Internet Explorer 8. Ma i filmati pubblicati sul web, dopo le tante proteste degli internauti, sono state tolte. «Volevamo fosse ironico - ha commentato un portavoce Microsoft a Cnet -. Il feedback era prevalentemente positivo ma alcuni dei nostri clienti lo hanno trovato troppo spinto, quindi lo abbiamo tolto». Ciononostante il video ha avuto la sua nomination sul molti blog tecnologici: quale peggior pubblicità di tutti i tempi. Un'esperienza di certo non nuova per la società di Redmond. Già in passato la campagna da 300 milioni di dollari per rinfrescare l'immagine del sistema operativo Windows Vista è stata oggetto di derisione.
[ tratto da Corriere.it]
MILANO - Per sette lunghi mesi il New York Times è riuscito a tenere bassa l'attenzione dei media sul caso di David Rohde, il reporter sequestrato in Pakistan dalle milizie talebane e rimasto in ostaggio fino allo scorso 20 giugno, quando è riuscito a fuggire insieme ad un collega.
SILENZIO STAMPA - Dietro questo silenzio-stampa non c'era nessuna volontà censoria, ma solo il tentativo di non far salire il "valore" di Rohde agli occhi dei rapitori e così riuscire a liberarlo senza troppi clamori. E' per questo motivo che all'indomani del sequestro i dirigenti del Times hanno contattato i direttori di 35 grandi testate chiedendo di fare lo stesso. E così è stato: la notizia è rimasta sotto silenzio grazie alla tacita collaborazione di tutti. C'era però un problema di non poco conto: come dare poca visibilità all'evento anche su Wikipedia, dove a decidere la notiziabilità sono migliaia di utenti e non c'è nessun direttore da sensibilizzare? Chiunque avrebbe potuto inserire particolari sulla vicenda e così fare un favore involontario ai sequestratori.
E WIKIPEDIA? - Per quanto potesse sembrare una missione impossibile, il New York Times è però riuscito a "zittire" la celebre enciclopedia collaborativa. Come racconta oggi il giornale in questo articolo-confessione (che rappresenta anche una lezione di trasparenza giornalistica), l'impresa è stata portata a termine grazie al coinvolgimento del fondatore Jimmy Wales e di alcuni amministratori. Durante i sette mesi del sequestro, sono stati più volte cancellati gli aggiornamenti pubblicati da una serie di utenti anonimi. Il tutto non senza scatenare polemiche: i Wikipedians non potevano essere avvertiti delle nobili intenzioni che si nascondevano dietro questa "censura" e in molti hanno protestato promettendo guerra all'infinito. Gli amministratori sono però riusciti a tenere duro, congelando in più occasioni la pagina. Fino a quando lo scorso 20 giugno David Rohde è stato liberato e si è potuto finalmente aggiornare la voce.
A FIN DI BENE - Oltre ai ringraziamenti del NYTimes, sono arrivati anche quelli di Jimmy Wales, che ha confessato su Twitter: «Sono davvero orgoglioso dei Wikipedians che hanno reso tutto ciò possibile. Forse abbiamo dato una mano a salvare una vita». Tutto bene, quindi, se non fosse che il caso ora si presta a una duplice lettura. Da una parte rappresenta un bell’esempio di collaborazione tra vecchi e nuovi media. Dall’altra è anche una riprova di quante cose siano cambiate su Wikipedia: l’apertura e lo spirito democratico dei primi tempi ormai sono un po’ sbiaditi; nel frattempo è nata una piccola "oligarchia" di amministratori che controlla cosa può essere pubblicato e cosa va censurato. Ma come dimostra il caso Rohde, a volte questo controllo dall'alto può essere fatto anche a fin di bene.
Non c’è due senza tre: Vauro nuovamente censurato

"Save the children", un'opera dell'artista Nemo, presentata alla mostra Artshot di Crema è stata rimossa. Il quadro, che mostra un piccolo fedele inginocchiato ai piedi di un sacerdote nella posa del sesso orale, è stato censurato in quanto ritenuto offensivo dall’amministrazione comunale di centodestra, dal 2007 capeggiata dal sindaco Bruno Bruttomesso. "Parlo a nome del sindaco" ha tuonato Mia Miglioli, assessore alle Politiche Giovanili del Comune "la mostra va chiusa, questo quadro è indecente". " "Fosse per me" ha ammesso Nemo "la lascerei, ma non voglio danneggiare gli altri artisti. Siamo in un regime oscurantista? Sì, forse c'è da avere paura, viene minata le liberta di espressione".




PECHINO - Blocco all'accesso di Internet e militarizzazione di piazza Tienanmen a Pechino nel giorno dell'anniversario della repressione di vent'anni fa.
Blogger. Eppure, nonostante il giro di vite, i navigatori del web cinesi hanno utilizzato nomi in codice e password diverse per aggirare i divieti. A San Francisco, blogger cinesi e non solo, si sono scambiati messaggi su Twitter invitando tutta la comunità dei bloggers a colorare di grigio le loro homepage per commemorare l'anniversario.
Amnesty. Secondo Amnesty International almeno 200 persone sono ancora detenute in carcere per la loro partecipazione nella rivolta pro-democrazia del 1989. In piazza con i militari e la polizia anche gruppi di cittadini residenti assoldati dal governo cinese per l'occasione.
«Torneremo a Roma, in piazza, dopo la campagna elettorale, per presentare il documentario sul G8 e sul Governo che il Comune di Roma ci aveva censurato». Un mese dopo, Beppe Cremagnani e Enrico Deaglio alzano di nuovo la voce su un episodio che sembra caduto nel silenzio. Complice la distrazione diffusa, l’anestesia generale che addormenta ormai la politica in città. Il fatto, allora, lo ripetiamo. Lo scorso 22 aprile, a Roma, si è svolto un atto di censura. Autore: il Comune. Parte lesa: il regista Beppe Cremagnani e il giornalista Enrico Deaglio. Dinamica difficile da equivocare.
C’era una volta perché, come noto, l’ironia (ma noi aggiungeremmo anche la perfidia) del destino ha voluto che questa gloriosa casa editrice, oberata dai debiti, fosse venduta al gruppo che fa capo all’attuale presidente del consiglio.
Ovviamente, l’Einaudi non può pubblicare una silloge di testi di uno dei più grandi scrittori contemporanei, il portoghese premio Nobel Josè Saramago, nei quali si accusano pesantemente gli italiani e Silvio Berlusconi, giudicato dallo scrittore un “delinquente” (“nella terra della mafia e della camorra che importanza può avere il fatto provato che il primo ministro sia un delinquente?”).I testi saranno per fortuna pubblicati da un'altra casa editrice torinese, l'altrettanto prestigiosa Bollati Boringhieri.
Nel comunicato con cui la casa editrice torinese ha confermato la mancata pubblicazione degli scritti si sottolinea che “L’Einaudi ha deciso di non pubblicare O caderno di Saramago perché fra molte altre cose si dice che Berlusconi è un 'delinquente'. Si tratti di lui o di qualsiasi altro esponente politico, di qualsiasi parte o partito, l’Einaudi si ritiene libera nella critica ma rifiuta di far sua un’accusa che qualsiasi giudizio condannerebbe”
[ tratto da Dazebao.org ]
Udite udite. E diffondete. Forse è l'unico modo per permettere a questa notizia di raggiungere più orecchie possibile: i lavoratori di Mediaset sono in sciopero. Difendono i loro salari e chiedono che vengano ripristinate le "normali relazioni sindacali". Ma oggi devono prima di tutto lottare contro il silenzio. La loro astensione dal lavoro, infatti, sembra non interessare a nessuno. Di loro non parlano neanche le agenzie di stampa. Paradossale ma vero: accade "qualcosa" - qualcosa di inedito, c'è da dire - nella più grande azienda di comunicazione italiana, e i protagonisti faticano a bucare lo schermo. Ma tant'è, a Berluscolandia.
Tre anni dopo il contestato 'Gioventù Cinese', che gli valse la messa al bando dalla censura del suo paese, il regista cinese Lou Ye porta in apertura del Festival di Cannes la sua nuova opera, 'Spring Fever', film di cui molto si è parlato per il tema scottante che racconta la storia di un folle amore omosessuale con implicazione di terza incomoda. Il giorno dopo, Lou Ye confessa le relazioni tra i due film: ''Nel 2006 raccontavo una gioventù combattiva e impegnata a combattere lo stato delle cose nella Cina di Tienammen. I protagonisti della mia nuova storia si sono invece riappropriati della propria individualità, appaiono più liberi e più liberati. Recuperano una tradizione di ricerca individuale che si era smarrita e che io ho voluto collegare al mondo degli anni '20' a cui il mio racconto si ispira una novella del grande scrittore Yu Dafu''. 'Spring Fever' è stato censurato in patria. ''E' noto che da tre anni e per altri due mi è vietato lavorare per il cinema o per la televisione in Cina. Questo film è stato interamente realizzato con capitali europei e senza un'approvazione formale del Chine Fil Bureau. Ciononostante durante tutta la lavorazione non ho subito nessuna interferenza nè da parte dei funzionari nè dalla polizia. Eppure se avessero voluto potevano confiscarmi il materiale girato in qualsiasi momento. Quello che mi colpisce non è tanto l'aspetto ideologico della censura, ma le sue conseguenze pratiche. Per cinque anni un regista non può' semplicemente fare il suo lavoro, e quindi pagare l'affitto e mantenere la famiglia. E' per questo che sfido la censura, chiedo ai funzionari di stato di avere semplicemente più fiducia nella maturità del pubblico senza paura di ciò che un film può dire''.
Il tutto era iniziato come una bella avventura e tanto entusiasmo. L'entusiamo, che aveva portato una rete commerciale come Rete A a diventare, nel giro di poco tempo la normale alternativa a Mtv attraverso l' “ escamotage” della musica “da vedere” e non solo da sentire, è venuto scemando negli ultimi anni, ad essere precisi da quando la proprietà editoriale è passata da Peruzzo al Gruppo editoriale L'Espresso. A lanciare la pesante accusa, sono, acqua alla gola, i 29 dipendenti di All muisc che già dal prossimo mese potrebbero rimanere senza lavoro a causa del “piano di ridimensionamento” deciso dall'azienda.
WASHINGTON - Il presidente Obama ci aveva provato, e vediamo il perché. Ora che qualche foto dell'album degli orrori americani consumati nella fogna di Abu Ghraib è, come era inevitabile, dilagata via Internet, l'oscenità di quelle immagini spiega la sua ansia. Perché esse sono più di una battaglia perduta, come si disse delle "Mie Prigioni" di Silvio Pellico. Sono la promessa di future guerre ancora da perdere.
Barcellona e Atletico Bilbao, Catalogna da una parte, Paesi Baschi dall'altra. Anime indipendentiste che si affrontano per la finale di coppa del Re, con Juan Carlos in tribuna e l'inno da ascoltare prima dell'inizio della partita. Con premesse del genere, i rischi che qualcosa andasse storto erano piuttosto alti, ma se i "buu" e i fischi alla "Marcha Real" erano stati annunciati da giorni dalla stampa iberica, del tutto inaspettato è stato il ciclone che ha coinvolto l'emittente Tve.
La tv spagnola è salita sul banco degli imputati per aver censurato l'inno, e i conseguenti fischi da parte di entrambe le tifoserie. Poco prima dell'inizio di Barcellona-Atletico, l'emittente ha infatti "lasciato" il Mestalla di Valencia per collegarsi con Bilbao e Barcellona per raccontare le emozioni di entrambe le tifoserie. L'inno è stato trasmesso in differita, tra il primo e il secondo tempo, e con il frastuono dei fischi coperto.
Tve si è successivamente scusata con i telespettatori, dopo averlo fatto nel corso della diretta, attraverso un comunicato stampa: "Per un errore umano l’inno nazionale prima della partita del Mestalla fra Athletic e Barcellona non è stato trasmesso in diretta", recita la nota dell’emittente spagnola "Si è tentato di riparare all’errore riproducendo integralmente l’inno durante l’intervallo. La direzione della TVE si scusa per l’inconveniente". La versione, però, non ha convinto nessuno, le polemiche sono infuriate, costringendo il presidente della tv, Javier Pons a convocare una conferenza stampa. Intanto la vicenda è costata cara al responsabile della redazione sportiva, Julian Reyes, che è stato licenziato.
[ tratto da Calcio.exite.it ]
Lo spot contro la violenza sulle donne? Troppo violento. Così Clearcast, l'ente britannico di controllo sulla pubblicità ha bloccato la trasmissione in tv di "The Cut", il filmato di Women's Aid interpretato da Keira Knightley.
Secondo l'associazione, si tratta di un racconto realistico delle violenze domestiche subite dalle donne, ed effettivamente lo spot è decisamente forte. In ogni caso il video è stato visto da milioni di persone su internet e nei cinema. Eccolo.
[tratto da Affaritaliani.it]
Lui ora passerà per essere l'uomo più censurato d'Italia, lei potrà fregiarsi di questo stop come di una medaglia al valore. Sono Vauro e Beatrice Borromeo bloccati dal direttore di RaiDue Antonio Marano che ha detto no alla messa in onda delle loro interviste a Daria Bignardi per il programma L'Era Glaciale.
Venerdì sera non è andata in onda, infatti, la parte di trasmissione in cui sono stati ospiti il vignettista e la ex beniamina di Santoro, in studio per presentare il libro scritto insieme a Marco Travaglio 'Italia Annozero'.
Lo ha comunicato, al termine della registrazione, il direttore di Raidue. "Nonostante i ripetuti tentativi da parte della conduttrice Daria Bignardi di riportare il discorso sul libro, gli ospiti hanno affrontato questioni politiche in un periodo di par condicio in assenza di contraddittorio", ha detto Marano all'Ansa. "Era una presentazione di un libro e non la continuazione della puntata di ieri di Annozero", ha aggiunto Marano, precisando che l'intervista alla coppia Borromeo-Vauro andrà in onda dopo le elezioni "in maniera integrale, senza tagli".
Nel corso del programma Vauro ha avuto pesanti apprezzamenti sulla condotta di Silvio Berlusconi, mentre la Borromeo ha bollato l'atteggiamento del premier come fonte di imbarazzo per l'Italia nei confronti degli altri Paesi.
[ tratto da Affaritaliani.it ]

Come si può ricostruire un pezzo della nostra storia recente senza lasciar parlare i protagonisti? Non si può, ed infatti fino ad ora, ma non solo per questa ragione, non ci siamo riusciti. E, a giudicare dalla sorte toccata a Il sol dell’avvenire, il bel film-documento ideato, scritto e realizzato da Giovanni Fasanella e Gianfranco Pannone, la strada è ancora lunga.
Presentato come evento speciale al Festival del cinema di Locarno nell’agosto 2008, il documento, prodotto dalla Blue Film, è stato letteralmente fatto fuori dalla distribuzione nelle sale cinematografiche dopo un editto del ministro della Cultura Sandro Bondi: secondo lui, il film "offende la memoria delle vittime del terrorismo". Bondi è andato giù duro con una campagna di censura preventiva - "fuori posto, fuori luogo e perfino pericolosa", come disse subito Beppe Giulietti di Articolo 21 - il cui primo risultato sono stati i lunghi e continui applausi del pubblico che ha assistito alla prima proiezione del film a Locarno. Poi l’ostracismo ha alzato il muro, ed infatti la distribuzione nelle sale è sfumata via, nonostante fosse tutto previsto e concordato. Il CdA dell’Istituto Luce, nel quale c’è anche un amico del ministro Bondi, Pasquale Squitieri molla la diffusione del film ritenuto troppo "filo brigatista".
Tuttavia, come sempre avviene, la censura ha incrociato anche i suoi anticorpi, quelli sparsi nella società, tanto che oggi è possibile comperare il Dvd insieme al libro che spiega la genesi di questa esperienza grazie ad una casa editrice libera che si è affermata in poco tempo nella pubblicazione di inchieste, Chiarelettere.
L’idea del film - nato dal libro Che cosa sono le Br, firmato da Fasanella e l'ex brigatista Alberto Franceschini (Bur Rizzoli) – è semplice ed estremamente efficace e diretta: mettere insieme attorno ad un tavolo imbandito di una storica trattoria di Costaferrata (dove l’ostessa è la stessa di sempre) alcuni compagni della rossissima Reggio Emilia del 1969, Alberto Franceschini, Tonino Loris Paroli, Roberto Ognibene, che di lì a poco sarebbero diventati brigatisti, e Paolo Rozzi e Annibale Viappiani, che non aderirono alle Brigate Rosse e che oggi sono impegnati il primo nel Partito Democratico, il secondo nel sindacato - e lasciare ai loro ricordi e ai loro punti di vista, quelli di allora e quelli di oggi, la ricostruzione di come e perché è nato il terrorismo rosso.
Nessuna nostalgia, né auto celebrazione o trasfigurazione di un passato: né gli autori, né i protagonisti, a giudicare dalla loro autenticità, avrebbero perso tempo in una operazione ridicola ed inutile.
Quel gruppo di ragazzi nel 1969 abbandonò la Federazione giovanile comunista – raccontano - per dar vita, insieme ad altri coetanei di provenienza anarchica, socialista, cattolica, all’esperienza dell’Appartamento, una comune sessantottina che guardava al futuro pensando di poter realizzare la rivoluzione, riscattando il tradimento degli ideali partigiani e antifascisti dei loro padri e nonni durante e dopo la seconda guerra mondiale.
Sappiamo bene che non erano soli: quell’aspirazione segnò generazioni che la elaborarono in modi diversissimi. Ed infatti, da quella esperienza dell’Appartamento, di lì a due anni, usciranno alcuni dei primi protagonisti delle Brigate Rosse: Alberto Franceschini, Tonino Loris Paroli, Roberto Ognibene, Prospero Gallinari, Renato Azzolini.
Accanto al racconto dei cinque, ci sono anche due testimoni molto particolari che in vario modo e a vario titolo parteciparono alla esperienza dell’Appartamento: Corrado Corghi, ex dirigente della Democrazia Cristiana ed esponente del cattolicesimo del dissenso, e Adelmo Cervi, figlio di Aldo, uno dei sette fratelli comunisti trucidati dai nazifascisti nel ’43 – a dimostrazione della varietà di culture e radici che si incontrarono in quel luogo.
Il prodotto della narrazione è un documento equilibrato, che lascia trasparire il dolore accanto all’ironia, ricco di spunti di riflessione, soprattutto sul rapporto tra il Pci e le aree delle contestazione. Alberto Franceschini ricorda che furono espulsi dal partito perché parteciparono alla manifestazione contro le basi Nato: il Pci del dopo guerra non rappresentava ‘una alternativa di sistema’ e l’esperienza dell’Appartamento raccolse le spinte antagoniste molto forti allora nella società. E non fu solo un fatto locale: proprio la stessa cosa avvenne in tantissimi altri ideali ‘appartamenti’ sparsi in tutto il paese all’interno dei quali, dal ’68 in poi, si consumò la frattura tra il Pci e una parte della società che guardò altrove, certamente non solo alla clandestinità armata.
Il sol dell’avvenire non è un film-inchiesta, non racconta cosa fecero le Br – ma non dimentica, nella conclusione, di ricordane le vittime.
Gli autori non hanno questa pretesa perché la loro scelta ha una natura diversa, quella di ricostruire l’origine dell’esperienza emiliana delle Br che segna la fase ‘insurrezionale’ dell’organizzazione, assai diversa, per soggetti e modalità da quella ‘cospirativa’ che caratterizzerà poi il percorso successivo del terrorismo brigatista.
Contestualizzare quell’esperienza è un passo irrinunciabile per chi ha interesse a capirla e in tutto questo non c’è nulla di indicibile, se non ciò che vuole essere censurato perché ingombrante. Al di là delle critiche più strumentali e di bassa cucina, questo tentativo di rimozione è sorprendente e dannosissimo: perché nel calderone dell’indicibile c’è finito tutto, dalle stragi di stato, alle connivenze tra servizi segreti ed eversione nera.
Il sol dell’avvenire è in definitiva un tentativo, ben riuscito, di usare la cinepresa per rivedere in presa diretta pezzi della nostra storia, è un contributo alla sua comprensione ben maggiore di quello che può dare una pellicola, ad esempio, come Buongiono Notte! dove alla realtà si sostituisce la sola e pura, arbitraria finzione.
E in tutto questo non c’è nulla che possa offendere la memoria delle vittime: Sabina Rossa, figlia del sindacalista ucciso dalle Br nel 1979, ha avuto parole di solidarietà e stima per Fasanella e Pannone, e, soprattutto, si dice convinta "che non si possa chiedere agli ex terroristi il silenzio come pena accessoria. Il punto semmai e' capire quale contributo di verità storica possa portare il loro intervento".
[ tratto da Articolo21.info ]

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